Luce fioca di una lampada che illumina una stanza. Mani che si muovono velici sfiorando parole di vita. Fruscio di movimenti remoti che terrorizzano il cuore. Una dopo l’altra se ne fanno: sicurezze leggere si staccano dalla vita e librano nel teneramente nel cielo. Posso solo contemplarle nel loro silente peregrinare da me lontano.
Se fossi un fotografo della vita, l’aspetto più comune da osservare è il continuo susseguirsi di situazioni contrastanti che si esaltano e si danno significato a vicenda. Chi riesce a pronunciare la parola gioia senza aver banchettato con il male? Chi è ristorato dal riposo senza che la stanchezza abbia pervaso ogni angolo del corpo e dello spirito. Un paesaggio collinare di emozioni dove le nostre esistenze si rinocorrono, ora arrancando in salite mozzafiato, ora cavalcando la leggerezza di una discesa.
Non mi chiama, non mi risponde. Che cosa fa male? Il sospetto. Il dubbio che non stia pensando a me o di essere considerato uno dei tanti, ma quali “tanti”? i tanti degni di indifferenza; i tanti arroganti che si crogiolano nel loro piccolo giaciglio di potere; i tanti che ci sono stati ieri e che non necessitano di essere domani; la tanta banalità che trapassa le nostre vite ci vela gli occhi di fronte alla vita.
Chiudo gli occhi e vedo un sogno. Sfumato nei contorni della bellezza, un sogno offuscato dai segni della realtà quotidiana che un logoro lembo di me si ostina a tenere per mano.