Accade. Accade di essere soli con se stessi con la propria voce che parte da lontano e poi si propaga come un eco nella grotta buia, sbattendo contro ogni parete, accarezzando tremolante l’orecchio per poi rifuggire immediatamente lontano. E poi vicino. E poi ancora lontano. In un rincorrersi di silenzi e di voci, di folla e di solitudine. Capita che una serata sia così, che un momento di vita porti all’oblio.
Il silenzio.
Un attimo.
Un caso.
Un’inaspettata speranza si infrange contro di me e inizia a pervadermi creando il desiderio di reagire verso il mondo che mi sta togliendo l’aria, che mi schiaccia sotto il peso del ricordo continuo.
Finalmente fuori, nell’incertezza di una serata nuova, di un momento in cui voglio essere nuovo mentre ballo i ritmi di una terra lontana. Mentre si fanno ballare dandomi l’illusione che i miei piedi poggino spensieratamente sulla sabbia calda e sulla mia pelle si perdano profumi di unguenti esotici.
«Tu stai con lei!». Io sto con lei.
«In qualche modo faremo». Siamo capaci di farlo.
«Prova con me». In qualche modo facciamo.
«Chi viene più tardi?». Ci sono anch’io.
Le domande hanno risposte e portano al ritmo delle pelli che si sfiorano, del sudore che si sente si fianchi, dei respiri che si intrecciano in un abbraccio vorticoso mentre il ritmo del cuore palpita nel turbinio di luci.
Ci posso essere anche io. Ci sono anche io.
Una voce depositata in un angolo della mia mente mi ricorda che non devo combattere il vento, ma devo far virare la barca e tendere la vela quel tanto che il vento diventi mio alleato discreto nella corsa della vita.